Discorso sulla morte e discorso mortifero. Leggendo le lettere dei condannati a morte

 

Il fenomeno della morte sembra un evento inequivocabile, inconfutabile, un puro reale che non ammette discussioni. Il luogo comune vuole che la morte rappresenti necessariamente un trauma. Eppure, davanti alla morte ci accorgiamo che ciascuno sembra reagire diversamente, e ogni volta in modo singolare. Addirittura a volte la morte è cercata come “via di fuga”, altre volte la si attende o la si augura come “male minore”. Vale a dire che anche la morte, che pure sembra l’unica certezza nella vita, è sempre colta nella parola, è primariamente un elemento del racconto, e può essere interessante considerare come si inscrive nel discorso di ciascuno.

La morte non è conoscibile, per definizione; siamo informati della morte altrui, ma non possiamo trarne alcun insegnamento. La morte è dunque nel mito, mito intorno a cui ciascuno fantastica, immagina.
Il mito cristiano dice che l’uomo è nato dalla polvere e tornerà polvere, come dire che il cadavere, muto, privo di parola, torna ad essere sostanza e torna dove tutto è uguale a se stesso. Fuori dalla parola niente fa più differenza!
Possiamo dunque introdurre una prima distinzione, tra ciò che può essere un discorso sulla morte, e quello che può invece essere un discorso mortifero, ovvero un discorso fatto di sostanza, di luogo comune, di già detto, in cui niente fa più differenza.

La morte nella parola è dunque ben diversa dalla morte della parola. La morte della parola è la credenza che dietro alla parola ci sia la sostanza, il significato ultimo da svelare, la soluzione; è credere che si possa trovare un punto d’arresto al discorso e che dunque non ci sia più niente da dire. La parola diventa allora parola vuota, cioè una parola abusata che non rilancia ad altro, non consente nuove aperture. Il discorso occidentale, il discorso tecnologico, è mortifero, laddove considera la parola niente più che un sistema di comunicazione, un veicolo del sapere, e non già l’essenza delle cose.

Quando la morte è nella parola, allora viene presa come un qualsiasi elemento del dire, al limite una fantasia che rimanda ad altro, è nell’associazione. Se la morte sta nella parola, anziché essere morte della parola, nessuna paura della morte. La paura della morte è solo perché viene stabilita come morte della parola.

Credere alla morte è nel fantasma di padronanza. Si passa all’atto quando la parola cede. Si coglie qualcosa nel reale quando non si riesce nella parola, e così si passa alle violenze, alle guerre, agli abusi di potere, agli abusi di sostanze.
La morte indica l’impossibilità della politica, non la si può amministrare. E’ un fantasma di padronanza, un fantasma materno: è la madre che dona la vita, dunque anche la morte.
La dottrina politica è escatologica, perché predica la morte come necessità al servizio della ragione di Stato, della verità di Stato, del bene superiore, offre il momento di incontro tra il fine e la fine. Così i kamikaze abbracciano la morte, nei tribunali si condanna a morte, negli ospedali si pratica la “morte assistita”.
Ma assassinare, suicidarsi, venir assassinati sono tentativi di dominare la morte, l’illusione di poterle dare un’immagine, uno scopo, una base, di attribuirle una funzione. Non si muore né pro né contro.

Il lutto è il tentativo di cogliere l’evento della morte in una storia, in modo che se ne possa dire sempre qualcosa, che il discorso non si arresti. Il lavoro del lutto è permettere il passaggio dal ricordo alla memoria. Il ricordo resiste come un flash, è la scena primaria che si ripete e provoca angoscia. La memoria è nella dimensione del racconto, di elementi che si compongono ogni volta in modo diverso, dando origine a trame sempre nuove.

Il rito (funebre, ad esempio) celebra il ricordo: entrambi si danno nella ripetizione. La parola, invece, non deve essere già data, non deve seguire un canovaccio, ma essere ogni volta ricercata, deve saper schiudere ogni volta nuovi orizzonti. Se il ricordo è fisso, episodico, rappresentazione statica, il rito non rimanda al altro, si riduce a funzione fine a se stessa, ciò che si esaurisce nella propria esecuzione. Ma se a monte c’è una storia, c’è la possibilità che ciò non accada, è probabile che anche l’appuntamento con la morte si riveli meno carico di angoscia. Me ne accorgo in particolare leggendo le lettere di condannati a morte della resistenza, lettere scritte anche a poche ore dall’esecuzione e indirizzate ai cari. Il discorso dei condannati a morte non si risolve in un discorso sulla morte, tanto meno ha i tratti di un discorso mortifero, ma è parola viva, espressiva, tagliente. La dimensione temporale sembra del resto imporre questo registro. Ma soprattutto davanti alla morte in pochi si domandano “Perché ?”, che è invece la domanda che più tormenta i vivi. La morte, di per sé, non ha senso e proprio formulando domande impossibili si giunge all’impasse, alla stagnazione. Ciò che dimostrano questi eccezionali documenti è proprio che non ci si prepara alla morte pensando la morte, ma ci si trova quasi preparati, anche pronti alla morte quando si crede alla vita, cioè quando non si rimane ancorati ad un passato mitico o a delle aspettative dal futuro, ma quando si vive il presente, sempre, e ci si confronta con ciò che questo offre, fosse anche l’appuntamento, inderogabile, con la morte.

La morte si inscrive dunque in una storia. E non affiora senso di colpa, ciò che principalmente provoca angoscia. Non c’è senso di colpa possibile per chi, come questi partigiani, ha lottato sempre per un’idea (forse anche un ideale) e non si è tirato indietro dal confronto con la parola; non c’è spazio per il rimpianto. Neppure fatalismo o rabbia verso un destino sfortunato; anzi sembrano voler riaffermare d’essere, ciascuno, artefice del proprio destino. Ma c’è il desiderio, forte, che qualcuno sappia, che non li si dimentichi, perché allora sarebbe tutto vano. Fuori dalla parola sì che sarebbe la morte.
Lo avvertivano gli uni e gli altri, vittime e carnefici. Così i nazisti uccisero milioni di ebrei, ma soprattutto cercarono di cancellarne le tracce, di affossarne il ricordo.

L’esperienza clinica della psicoanalisi dimostra proprio che quando non si accede alla dimensione della storia, del racconto, c’è sofferenza. Le diverse strutture di discorso dimostrano come ciascuno si ponga diversamente verso la parola: nel discorso melanconico si ha l’impressione di vivere continuamente nel passato, in una sorta di età mitica, temuta o rimpianta, che soffoca il presente. Si vive di ricordi, enunciati, frasi fatte. Il senso è già dato, è indiscutibile, non si può dire o fare altro. Per altri versi l’immobilità è propria del discorso ossessivo, laddove la continua programmazione, l’attesa estenuante della condizione migliore, di fatto porta a scartare ogni possibilità di parola: non si finisce mai di dire perché non si comincia neanche. Si è sempre affaccendati, pur non essendo mai veramente nel fare. Al contrario il discorso isterico cambia oggetto assai rapidamente, fino a scartarli tutti. Ma in ogni caso il discorso mortifero è nel farsi rappresentazione delle cose, è nel pensare che le cose precedano la parola e non procedano da essa, è nel trattare le parole come cose, come oggetti. Ciò che invece insegna l’esperienza della psicoanalisi è che non c’è un senso prestabilito e universale, va cercato in un eterno presente e ciascuno deve arrivare ad enunciare la propria questione e non cedere sulle proprie questioni, come coloro che non hanno ceduto neanche in punto di morte.

La psicoanalisi funziona molto bene nel porre delle domande, non altrettanto nel dare risposte. Si tratta allora di interrogarsi: ad esempio, cosa muove, in punto di morte, alla scrittura? E quali sono gli elementi linguistici che si ripetono nelle lettere? Esiste una retorica dell’addio? A chi vengono in genere affidate le proprie memorie?
Occorre quindi interrogarsi intorno alla qualità della parola: sembra davvero che queste persone, pur colte davanti all’ineluttabilità del fatto continuino ad affidarsi alla parola, anzi si direbbe che la morte, introducendo la variabile temporale, li obbligasse a farlo con piglio ancora più deciso. E non tanto per trasmettere un messaggio, per comunicare qualcosa; si tratta più facilmente di pensieri sparsi, inni, ultime volontà, poesie, riflessioni, che non hanno un vero e unico destinatario. Perché i credenti si confessano in punto di morte? Non fanno forse lo stesso questi partigiani, che in punto di morte sembrano cercare, nella solitudine della scrittura, la relazione con l’Altro?
Non esistono significati universali, così come per ciascuno è diverso il tempo dell’enunciazione. E queste lettere testimoniano proprio che, pur essendo tutti culturalmente vicini, pur essendo tutti immersi nel discorso occidentale, ciascuno è libero di nuotare con un proprio stile personale

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What are the foundations of psychoanalysis? Who is a psychoanalyst?

Guiding principles for any psychoanalytic act

Is psychoanalysis right for me?

Who can benefit from psychoanalysis?

 

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